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Don’t search our catalogues, search your browser!

13 Nov

Oggi è stata una giornata ricca di tweet interessanti 😛 Uno che mi è passato sott’occhio conteneva la frase: “Don’t search our catalogues, search your browser!“.

Mi è subito tornato in mente il Mycroft Project (e l’open search) e il fatto che probabilmente la nuova versione dell’OPAC SBN invalidava il plugin per Firefox. Così sono andato a correggerlo e ora funziona di nuovo 🙂
Lo trovate con questa ricerca e aprendo il link con Firefox vi chiederà automaticamente di aggiungerlo all’elenco dei motori di ricerca.

Probabilmente ne abuso un po’, tuttavia mi sembra una funzione estremamente comoda che permette di risparmiare inutili tempi di caricamento per dover comunque compilare un form di ricerca. Tra l’altro, se il sito lo prevede, durante la navigazione vi verrà proposto di aggiungerlo tra i motori. Attualmente ci sono 884 plugin per cataloghi di biblioteche (8 per l’Italia).

Allo stesso modo ho imparato come aggiungere un motore di ricerca a Chrome. E’ spiegato bene sulla guida di Chrome, ad ogni modo, per aggiungere rapidamente la possibilità di ricercare su SBN, basta cliccare la chiave inglese in alto a destra e quindi andare in Opzioni (o Preferenze). Dalla scheda Impostazioni di base vi basta cliccare sul pulsante Gestisci motori di ricerca… per aprire un riepilogo dei motori che potete usare. In fondo troverete la possibilità di aggiungere una nuova riga, simile alla seguente:

dove l’URL bordato di rosso dovrebbe contenere:

http://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=solr_iccu&select_db=
solr_iccu&from=1&searchForm=opac%2Ficcu%2Ffree.jsp&result
Forward=opac%2Ficcu%2Fbrief.jsp&do_cmd=search_show_cmd&struct
%3A1016=ricerca.parole_tutte%3A4%3D6&item%3A1016%3AAny=%s

Se come me avete impostato “sbn” come parola chiave per usare quel motore, vi basterà digitarla nella barra degli indirizzi, seguita da spazio (o tab), quindi dalla stringa di ricerca, per ottenere immediatamente i risultati.

P.S. mentre scrivevo l’articolo mi son detto “… e perchè non fare un plugin anche per il MAI – MetaOPAC Azalai?” Così ho fatto anche quello (per titolo, su tutti i cataloghi e tipi di documento), che però non può funzionare allo stesso modo per Chrome visto che il passaggio di parametri ad Azalai è un pelo più complesso. Ad ogni modo ricordo l’indicazione riportata sul sito del metaopac: “Questo metaOPAC è indicato per la ricerca di documenti poco comuni non trovati in altri cataloghi italiani. Usarlo come strumento di ricerca primario è sconsigliabile, perché produce risultati sovrabbondanti e rallenta il funzionamento.”

If door does not open, do not enter

26 Apr

Ogni tanto mi capita di pensare alla quantità di volte che sento pronunciare il termine “open“. E proprio perchè non ho niente di meglio da fare, ma ci tengo a dare segni di vita, riepilogo di seguito quando:

Ora, dopo esservi fatti questa scorpacciata di definizioni e loro storia su Wikipedia, ci tenevo a spiegare che il termine OPEN da solo vuol dire semplicemente “aperto”, come il termine DOOR vuol dire semplicemente “porta”. La vera differenza la fa il contesto in cui è usato. E non solo, nei contesti elencati qui in alto assume uno specifico valore. Per quanto possa sembrare ridondante dover dare una spiegazione di open definition, ci tenevo a evidenziare che questa non si esaurisce nella definizione stessa. E capire il contesto è quanto mai importante, considerando che tutti questi termini travalicano spesso diversi campi di attività e altrettanto capita siano usati a sproposito.

L’esempio più concreto che mi viene in mente riguarda i software open source. Affermare che ho sviluppato un software utilizzandone altri di open source, non rende il mio altrettanto open. Così come, senza voler essere troppo estremista, volendo essere estremista, personalmente non ritengo che un software sia open source per il semplice fatto che è stato rilasciato con una licenza di tipo open source. Anche se nelle licenze di questo tipo non ci sono riferimenti a un ruolo attivo del licenziatario, sono fermamente convinto che la vera differenza con la “moda open”, sia l’atteggiamento assunto nella fase di sviluppo e di distribuzione. Insomma, ben vengano i migliaia di progetti caricati su sourceforge o github, ma per come la vedo c’è ancora troppa differenza tra porgetti realmente accessibili e progetti open di nome ma non di fatto. [aggiornato 27/04/11]

Quindi ora, per la gioia di tutti gli utenti di ClavisNG, stiamo facendo il manuale utilizzando DokuWiki, un motore wiki, che spero possa contribuire a migliorarne la documentazione e a incentivare la partecipazione (altre due parole chiave legate e diversi concetti “open”). Spero anche che riusciremo a rilasciare il manuale con licenza CC BY-SA 3.0.

Detto questo, mi piacerebbe sapere se qualcuno conosce: altre declinazioni del termine “open” (ad esempio guardate Microsoft come lo usa), altri manuali di sw per biblioteche distribuiti su piattaforme wiki (ogni tanto mi assalgono dei dubbi sulla scelta di dokuwiki…).

letture stimolanti e parenti di investigatori famosi

4 Apr

Un libro altamente consigliato ai lettori di questo blog è Library Mashups: Exploring New Ways to Deliver Library Data.

Library mashups

E’ in inglese ma potete trovare alcuni interessanti riferimenti in italiano sul blog di Bonaria Biancu, The geek librarian, che ha scritto il secondo capitolo.

L’aspetto più interessante del libro è che si rivolge soprattutto ai bibliotecari, introducendoli ad un linguaggio un po’ più “informatico” e alle potenzialità degli strumenti che hanno già a disposizione. In questo senso ci sono sia “buone pratiche” utilizzando software open source, che spunti interessanti per combinare diversi dati in modo nuovo ed efficace.

Sono stato molto stimolato dal capitolo sui microformati (magari qualcuno che mi segue su twitter avrà notato un po’ di entusiasmo per banali implementazioni di COinS). Più in generale credo sia entusiasmante vedere quanto si può fare anche in condizioni non ottimali, semplicemente lavorando su feed rss o applicando un minimo di conoscenze di html e css (suggerimento: dopo esservi letti qualche minimo tutorial sul tema, installatevi Firebug e iniziate a “fare le pulci” ai siti che vi piacciono per vedere, almeno in parte, cosa c’è dietro…)

Il tutto mi ha ricordato del Mycroft Project, ovvero di quanto semplice sia implementare la ricerca in un qualsiasi sito nella finestrella di ricerche rapide integrata in Firefox (ma in verità grazie a OpenSearch la cosa funziona anche su altri browser). Personalmente ne faccio ampio uso e, se così fosse anche per voi, magari vi viene voglia di creare un plugin per il vostro OPAC. Ad esempio come è stato fatto dal buon Bilal per SBN.

Ma lo sapevate che Mycroft era il nome del fratello di Sherlock Holmes? 🙂

percepisco una vibrazione nella forza

1 Mar

L’altra percezione, pubblicata online esattamente un mese fa, è l’annuale report di Marshall Breeding sulle tendenze nel campo dei sistemi integrati per biblioteche (ILS).

Breeding, oltre a scrivere su Library Journal, raccoglie e mantiene sul suo sito Library Technology Guides un discreto database di prodotti e rivenditori di software per biblioteche. Le informazioni contenute sono principalmente prodotte dalle biblioteche, che possono segnalare il prodotto che utilizzano. Inoltre, ogni anno, Breeding mette online un questionario dove raccoglie dati sulla soddisfazione dei prodotti, delle compagni ed eventuali cambi di prodotto.

Al di là delle possibili critiche legate a queste “perceptions” (v. Dan Scott nel 2009 o Ed Corrado nel 2010), vorrei fare un paio di osservazioni:

1. è possibile avere un modello di business basato su software open source (vedi ByWater Solutions, Equinox, MediaFlex, ecc ecc). Lo so, suona come la scoperta dell’acqua calda. Ogni tanto però mi chiedo, come utente finale, cosa impedisca ad una azienda di rilasciare il suo codice sorgente.
Siccome l’ho sentita, vi riporto una possibile risposta: “tanto poi i bibliotecari cosa se ne fanno?”
Ok, secondo me è una risposta stupida, ma fa riflettere su una cosa: nessuno di noi andrà mai a leggersi il codice scritto da qualcun’altro senza un valido motivo.
E allora, se invece di tutto il codice, che va bene non mi leggo, chiedessimo semplicemente una API documentata?
Vabbè, mica l’ho detto io, mi pare sia stato scritto su Computers in libraries da Ellen Bahr.
Nel 2007.

2. tempo fa, non ricordo dove, leggevo che si pensava di ristrutturare il sito dell’AIB per utilizzare un CMS. Sarebbe bello riuscire a infilarci dentro anche una cosa simile a quella fatta su LTG, basata sulla possibilità degli utenti di segnalare il software utilizzato, non dovrebbe essere complicato e forse renderebbe più semplice mantenere le informazioni aggiornate.
p.s. hey, qui manca Clavis 😛

Open source? Cos’è? Ma si mangia?

11 Dic

Il termine open source, entrato da poco più di una decina d’anni anche nel lessico di ambienti non strettamente informatici, non è di facile disambiguazione, innanzitutto perché può assumere significati lievemente diversi rispetto al contesto di utilizzo, successivamente perché, avendo una storia relativamente giovane, è spesso vittima di facili pregiudizi.

In informatica open source indica un software per cui è possibile l’accesso al codice sorgente, ovvero rilasciato secondo determinate licenze che ne permettano lo studio e la modifica da parte di utenti terzi rispetto agli autori.
I software che siamo abituati a usare sono codificati in modo tale da poter essere capiti ed eseguiti dai computer, in sostanza sono composti di sequenze di zero e uno (linguaggio binario 0101001111001). Ovviamente i programmatori non scrivono in linguaggio binario ma utilizzano linguaggi di programmazione ad alto livello per scrivere tali programmi, quindi comprensibili da un essere umano. Il codice scritto con questo linguaggio è chiamato codice sorgente.

La metafora della torta*

Usando una metafora, immaginiamo per un momento di voler comprare una torta di compleanno per un nostro amico. Andando in pasticceria troviamo un vasto assortimento di torte diverse, purtroppo però su quelle con scritto Buon Compleanno c’è la frutta, che al nostro amico non piace, mentre le altre, alla cioccolata, sono decorate con la scritta Felice Anno Nuovo. Potremmo chiedere al pasticcere di fare una torta appositamente per noi, ma questo richiederebbe tempo e denaro in più.

Potremmo decidere invece di fare una torta per conto nostro, utilizzando come base la ricetta di un’amica e aggiungendo alcuni ingredienti che piacciono molto al nostro amico. Una volta preparata la torta potremmo anche scegliere di diffondere la ricetta per aiutare chi si trovasse in una situazione simile alla nostra.

In sostanza questo è l’approccio open source: abbiamo una ricetta (codice sorgente), fornita da qualcuno, a cui possiamo apportare delle modifiche e poi ridistribuire per aiutare altre persone.

Certamente non tutti sappiamo cucinare o potremmo non avere il tempo per farlo (ed è per questo che esistono diversi tipi di pasticcerie), tuttavia è evidente il vantaggio derivante dalla possibilità di avere accesso alla ricetta.

Proprio grazie ai molteplici vantaggi rappresentati dall’open source, sono nati nel tempo diversi movimenti, talvolta in contrasto sull’uso del termine, ma accomunati dall’obiettivo di diffondere tali vantaggi.

 

* liberamente adattata da Colford, Scot [2009] Explaining Free and Open Source Software, “Bulletin of the American Society for Information Science and Technology”, 35 (Dec./Jan. 2009), n. 2, pp. 10-14.

Il termine open source, entrato da poco più di una decina d’anni anche nel lessico di ambienti non strettamente informatici, non è di facile disambiguazione, innanzitutto perché può assumere significati lievemente diversi rispetto al contesto di utilizzo, successivamente perché, avendo una storia relativamente giovane, è spesso vittima di facili pregiudizi.
In informatica open source indica un software per cui è possibile l’accesso al codice sorgente, ovvero rilasciato secondo determinate licenze che ne permettano lo studio e la modifica da parte di utenti terzi rispetto agli autori.
I software che siamo abituati a usare sono codificati in modo tale da poter essere capiti ed eseguiti dai computer, in sostanza sono composti di sequenze di zero e uno (linguaggio binario). Ovviamente i programmatori non scrivono in linguaggio binario ma utilizzano linguaggi di programmazione ad alto livello per scrivere tali programmi, quindi comprensibili da un essere umano. Il codice scritto con questo linguaggio è chiamato codice sorgente.
Usando una metafora, immaginiamo per un momento di voler comprare una torta di compleanno per un nostro amico. Andando in pasticceria troviamo un vasto assortimento di torte diverse, purtroppo però su quelle con scritto Buon Compleanno c’è la frutta, che al nostro amico non piace, mentre le altre, alla cioccolata, sono decorate con la scritta Felice Anno Nuovo. Potremmo chiedere al pasticcere di fare una torta appositamente per noi, ma questo richiederebbe tempo e denaro in più.
Potremmo decidere invece di fare una torta per conto nostro, utilizzando come base la ricetta di un’amica e aggiungendo alcuni ingredienti che piacciono molto al nostro amico. Una volta preparata la torta potremmo anche scegliere di diffondere la ricetta per aiutare chi si trovasse in una situazione simile alla nostra.
In sostanza questo è l’approccio open source: abbiamo una ricetta (codice sorgente), fornita da qualcuno, a cui possiamo apportare delle modifiche e poi ridistribuire per aiutare altre persone.
Certamente non tutti sappiamo cucinare o potremmo non avere il tempo per farlo (ed è per questo che esistono diversi tipi di pasticcerie), tuttavia è evidente il vantaggio derivante dalla possibilità di avere accesso alla ricetta.
Proprio grazie ai molteplici vantaggi rappresentati dall’open source, sono nati nel tempo diversi movimenti, talvolta in contrasto sull’uso del termine, ma accomunati dall’obiettivo di diffondere tali vantaggi.
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