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Vendorleaks

1 Mag

L’altro giorno stavo seguendo l’incontro del NISO Bibliographic Roadmap Development Project (trovate i materiali su questo sito), finchè sono stato colpito alla testa da un paio di simpatici tweet.

🙂 Mi ha fatto molto ridere e volevo condividerlo, ma in realtà non c’entra con il discorso che volevo fare.

Il contesto è l’abbandono del formato MARC e il tweet dice chiaramente: i rivenditori non faranno passi in avanti finchè non lo faranno le biblioteche e le biblioteche non faranno passi in avanti finchè non lo faranno i rivenditori.

Per lavoro mi sono spesso trovato a riflettere sul rapporto tra il rivenditore di software e le biblioteche: su come si sviluppino assieme i progetti, su come si riescano a realizzare servizi o prodotti (cosiddetti) innovativi. All’inizio del mio percorso sentivo la mancanza di interlocutori, ovvero di persone in grado di spiegarmi le ultime evoluzioni degli standard, persone in grado di immaginare nuovi servizi e aiutarmi a costruirli. Ma alla fine ho capito che ogni cliente ha le sue complessità e le sue priorità inderogabili. Spesso queste dominano il rapporto con il rivenditore, generando una empasse nello sviluppo.

Vorrei quindi elencare alcune banalità legate al rapporto tra rivenditore e cliente.

1. il rivenditore fa quello per cui viene pagato.

Se domani una biblioteca venisse alla mia porta, disposta a finanziare un progetto che permetta ai libri sugli scaffali di brillare al buio ed emettere una simpatica musichina ad ogni prestito, probabilmente prima di declinare darei una sbirciata al compenso. Non che mi interessi di musichine, però potrei anche accettare e mettermi a lavorare, visto che mi pagano. Un’azienda che intenda sopravvivere nel mercato deve essere disposta a questo genere di compromessi per essere in grado di pagare gli stipendi.

In un simile contesto non è facile trovare il tempo per lo studio, o l’azienda è abbastanza grossa da permettersi un settore ricerca&sviluppo, oppure è abbastanza piccola da fare bene una sola cosa.

Suggerimento: diffidate dalle aziende senza una mission ben definita. Se l’azienda a cui vi rivolgete non si identifica chiaramente con l’obiettivo di realizzare la migliore musichina-da-prestito del mondo, provate a cercare ancora. Se non esistono aziende che fanno musichine-da-prestito, sceglietene almeno una che abbia del gusto musicale.

2. un’azienda del settore IT non è in grado di realizzare qualsiasi progetto informatico

In parole povere, l’informatica non è magia e gli informatici non sono alchimisti (anche se alcuni si ritengono tali). È un mondo dove sono necessarie molte diverse competenze per poter realizzare qualcosa. Fate fare il vostro sito ad un team di ingegneri e non aspettatevi una grafica moderna e accattivante.

Suggerimento: imparate a riconoscere gli ambiti di competenza delle aziende IT, guardate altri lavori fatti dall’azienda o contattate altri clienti.

3. il rivenditore usa sempre un linguaggio alla moda

Parole come standard, ebook, app, open, 2.0, integrazione, social hanno l’affascinante capacità di non significare assolutamente nulla di per sè. E aggiungo che non sono assolutamente sinonimo di innovazione, trattandosi di cose in circolazione da parecchi anni. Il dramma è che si tratta di un circolo vizioso, visto che spesso sono le stesse biblioteche a fare affermazioni prive di significato (un esempio è “desidero l’integrazione con Facebook, Twitter, Google+”) lasciando al rivenditore il compito di imbastire un prodotto sopra alla “visione”.

Suggerimento: chiedete all’azienda cosa sta facendo di veramante innovativo per il mondo delle biblioteche, non per voi. Spesso non serve parlare informatichese per capirsi. Sforzatevi di stabilire un linguaggio comune.

4. più clienti fanno la stessa richiesta, più è probabile che verrà presa in considerazione prima delle altre

Se un software viene usato contemporaneamente da centinaia di persone, l’azienda si troverà a dover gestire centinaia di richieste. Uno dei criteri usati per determinarne le priorità è la quantità di clienti che fanno la stessa richiesta. Per un semplicissimo ragionamento di customer satisfaction.

Suggerimento: Imparate a fare pressioni in modo coordinato. Il 13 maggio finalmente si incontrano gli utenti di ClavisNG, che quindi possono saltare questo punto.

Giulio e Isacco @ Comperio

Isacco e Giulio riflettono sul futuro del MARC @ Comperio Srl

Conclusioni

Sono consapevole dei problemi legati alla scelta di un rivenditore da parte della P.A. (burocratizzazione, questioni politiche, ecc.), così come sono consapevole che ogni rivenditore sceglie di adottare il suo personale modello di business.

Questo significa che le precedenti banalità non valgono per tutti. Volevo parlarne solo perchè le banalità sono tra le cose più dure con cui mi scontro. Ed essendo banalità, si fa spesso finta che non esistano.

Le vere innovazioni non piovono dal cielo, non sono il colpo di genio notturno dello sviluppatore talentuoso. Sono frutto di ricerca e condivisione dei risultati (per questo c’ho l’ansia del “parliamone). Queste cose richiedono tempo, studio e partecipazione attiva alla progettazione. L’appuntamento NISO ci insegna che si sta progettando adesso quello che le biblioteche useranno forse tra 15 anni.

In tema di biblioteche e software per l’automazione, dovreste saperne tanto quanto (se non più) del rivenditore. Ma non riguardo a quello che c’è in circolazione oggi, intendo dire che dovreste sapere meglio del rivenditore come immaginate le biblioteche di domani.

Video

Linked Data for Libraries (by OCLC)

28 Ago

Una presentazione di 15 minuti su cosa sono i Linked Data. Vale la pena spenderli 😉
(trovato grazie a CIBER)

spingitori di spingitori di metamotori di ricerca

14 Mar

Ogni tanto sento parlare di metaOPAC. Ne ha parlato Francesco Piras a proposito di quello sardo, poi sul blog del Polo SBN Ligure, oppure perchè c’è un progetto su un Portale delle biblioteche in Veneto oppure un altro progetto simile in Friuli.

Sembra che ogni regione ne abbia oppure cerchi di costruirne uno. Ah, poi c’è il MAI. Ma andiamo con ordine.

Il concetto di meta-motore è legato soprattutto a quello di deep web, ovvero alla enorme mole di informazioni che non è  recuperabile dai comuni motori di ricerca. Fino a sei anni fa si stimava che l’insieme dei motori di ricerca avesse indicizzato circa il 20% dei contenuti disponibili sul web. Ora non so a quanto siamo arrivati, ma il concetto resta lo stesso, un motore di ricerca non indicizza tutto (e non sto parlando poi di cosa restituisce, solo di cosa indicizza).

Nel tempo sono nati quindi diversi strumenti (metamotori di ricerca o ricerche federate), per interrogare diverse fonti di informazione contemporaneamente e visualizzare i risultati in maniera omogenea. Il protocollo z39.50 c’era già prima del web, poi sono arrivati altri metodi (es. SRU/SRW). Tuttavia i metamotori spesso hanno alcuni limiti: la possibilità di usare solo un set limitato di parametri di ricerca;  si basano su dati strutturati in modo omogeneo; sono vincolati alla disponibilità della risorsa esterna.

Per questo motivo l’ultimo trend, quello dei cosiddetti next generation catalogs o discovery tools, è di spostare la raccolta dati prima della ricerca da parte dell’utente (il cosiddetto harvesting tramite il protocollo OAI-PMH). In sostanza viene catturato l’intero patrimonio di dati presente sulla fonte esterna, quindi viene indicizzato e reso disponibile dal motore di ricerca. La cosa è molto comoda per diversi motivi: si possono aggregare dati eterogenei e quindi “sistemarli” prima dell’indicizzazione; si possono applicare strategie di ricerca più efficienti; in generale è tutto più rapido 😉

A questo punto resta il problema di come sono strutturati i dati che vengono scambiati.

Il formato standard per lo scambio di dati bibliografici è l’ISO 2709, un insieme di codici numerici e valori debitamente separati. Nel tempo le specifiche di questo formato sono state implementate in diversi modi (es. MARC21, UNIMARC) e il metodo più diffuso attualmente consiste nella rappresentazione in linguaggio XML della struttura dei dati. Addirittura, grazie allo sviluppo del web semantico, si sta iniziando a parlare più genericamente di formati per la descrizione di risorse (RDF), per cui magari al posto dei codici numerici avremo costrutti semanticamente significativi.

Dovendo implementare un metamotore di ricerca ci si pone quindi le seguenti domande:

  • dove sono i dati
  • come sono fatti questi dati
Esistono però anche altre due domande a cui sarebbe bello rispondere quando si cerca di implementare un meta-motore di ricerca:
  • di chi sono i dati
  • a cosa servono

Rispondere alla prima domanda potrebbe aiutare notevolmente la diffusione e il riuso di dati, ovvero la consapevolezza del valore dei dati prodotti dall’istituzione.

La seconda invece ci ricorda dell’utente.

I discovery tool (così come prima i meta-motori) sono utilizzati più che altro in ambito accademico/scientifico, dove il servizio svolto dall’applicazione completa quasi sempre l’attività di discovery to delivery con un accesso immediato alla risorsa recuperata.

Cercando di applicare lo stesso meccanismo alle biblioteche di pubblica lettura, dove il “delivery” si risolve con il ritiro del materiale al bancone della biblioteca, mi chiedo se abbia senso investire in un meta-motore dal quale l’utente dovrà sempre e comunque essere rimbalzato ad un altro sito, magari il catalogo della biblioteca che possiede il titolo. A questo punto l’utente dovrà capire se il titolo è effettivamente disponibile o meno, se può prenotarlo o meno e in che modo ottenere l’eventuale interprestito. Questo moltiplicato per il numero di biblioteche/reti nel bacino sondato dal meta-motore.

Insomma, se volete realizzare un meta-motore per biblioteche di pubblica lettura, chiedetevi sempre per quale motivo lo state facendo, a cosa deve servire e chi dovrebbe usarlo. Se è per gli utenti, vagate nel web alla ricerca di esperienze simili e statistiche d’uso. Poi fatemi sapere cosa trovate.

Magari cercate anche di fare in modo che le biblioteche partecipanti al progetto abbiano una politica comune sull’interprestito e che l’applicazione realizzata alla fine sia chiara nello spiegarne i termini all’utente (non rimbalzatelo su un altro sito lavandovene le mani).

Personalmente, se volete realizzare un meta-motore….. non fatelo. Investite metà della somma a vostra disposizione per corsi tipo questo (qualcuno è andato? com’è stato? dalle slide mi sembra un corso entusiasmante!), il resto stanziatelo per mettere attorno al tavolo i responsabili dei cataloghi che vorreste ricercare, offrendogli le risorse per accordarsi sul servizio da offrire sul loro territorio.

Ah….un’ultima cosa importante….considerate il fatto che al giorno d’oggi nessun OPAC è più costretto a far parte del deep web. Grazie a progetti come la Open Library o Schema.org,ogni titolo del vostro catalogo può tranquillamente essere una pagina web indicizzata da normali motori di ricerca. Sapevatelo.

Insert Coins – più semplice a farsi che a dirsi

3 Feb

E’ semplice rendere interoperabile un OPAC, alle volte basta un solo tag: <span>

<!-- Per comodità di lettura vado a capo, ma voi scrivete tutto su un'unica riga -->
<span title="ctx_ver=Z39.88-2004&amp;
ctx_enc=info%3Aofi%2Fenc%3AUTF-8&amp;
rfr_id=info%3Asid%2Fwww.comperio.it%2Fclavisng%3Acoins&amp;
rft_val_fmt=info%3Aofi%2Ffmt%3Akev%3Amtx%3Abook&amp;
rft.title=A++history+of+modern+Germany++1800+to+the+present+&amp;
rft.au=+Martin+Kitchen&amp;
rft.place=Chichester&amp;
rft.pub=Wiley-Blackwell&amp;
rft.date=2012&amp;
rft.isbn=&amp;
rft.edition=2.+ed.">
</span>

Quello che vedete qui sopra è una possibile implementazione dell’OpenURL COinS che prevede appunto di concatenare all’interno dell’attributo title del tag html <span> le informazioni bibliografiche di un libro.

Siccome si tratta di un tag generico che di per sè non rappresenta nulla, è molto comodo poterlo usare in questo modo. Magari ogni giorno navigate su OPAC o altri siti che contengono informazioni bibliografiche, e disseminati nel codice ci sono questi tag.

COinS in azione su DNG3

Per vedere in azione i possibili usi della cosa, potreste installare alcune estensioni in grado di interpretarli ed usarli a dovere. Ad esempio ecco cosa succede se attivate Zotero oppure il plugin OpenURL Referrer di OCLC.

COinS with plugin

WOW!!! Posso salvare la risorsa nella mia bibliografia con un clic oppure lanciare al volo una ricerca su WorldCat!!!

Ora, siccome DNG3 sarà usato prevalentemente dalle biblioteche di pubblica lettura, non so quanto potrà essere utile questa cosa…..insomma, salvare in Zotero “Geronimo Stilton” è divertente la prima volta….poi basta…

Ad ogni modo volevo segnalare (siccome su AIB-CUR si parlava di Zotero) quanto è semplice e poco invasivo implementare una cosa che magari noi non usiamo, ma altri potrebbero trovare molto utile. Come dicevo qualche mese fa, chiedete al vostro rivenditore di fiducia di implementarla 😛

 

Come registrarsi su lib-web-cats e dominare il mercato italiano in mezza giornata

10 Giu

Spronato da un recente messaggio di Pierfranco Minsenti su AIB-CUR, ho contattato Marshall Breeding per chiedere come fare a elencare i software di Comperio e le biblioteche del sistema veronese in lib-web-cats (library web sites and catalogs).

Marshall Breeding lo conoscerete sicuramente perchè tiene un sito di informazione dedicata esclusivamente al mondo delle tecnologie per le biblioteche. Redige annualmente un report sull’andamento del mercato e, sempre annualmente, invia dei questionari a vari bibliotecari circa il grado di soddisfazione dei prodotti e delle aziende che utilizzano per poi redigere un altro report.

Tra le belle cose che fa Breeding c’è mantenere online un’anagrafe delle biblioteche e dei prodotti tecnologici che utilizzano, basata sull’auto segnalazione da parte delle biblioteche stesse. Fin’ora erano elencate solo 52 biblioteche italiane, prevalentemente legate a sw stranieri (Aleph, Millennium) oppure a SOL. Tanto per raddoppiare i numeri ho inserito le 68 biblioteche pubbliche che compongono il Sistema Bibliotecario della Provincia di Verona. Ora, finalmente, ClavisNG è il prodotto più diffuso in Italia, stando a lib-web-cats muahahahaha 😛

Come fare (comprensivo di immagini annotate da ingrandire con un click)

Innanzitutto bisogna registrarsi (nome, mail, tipo di utente) gratuitamente e velocemente. Avrete quindi accesso a un pannello utente dove è presente il pulsante “Submit a library to lib-web-cats“. Cliccandolo si aprirà una corposa scheda di inserimento strutturata in 3 aree principali:

1. informazioni di contatto della biblioteca: nome, località, telefono, tipo di biblioteca, URL del sito web e dell’OPAC, presenza o meno di wireless

Informazioni della biblioteca, indirizzi, URL, wireless

2. informazioni sui prodotti attualmente (o precedentemente) utilizzati. Automation system sta per il gestionale (ILS), mentre Discovery Product per l’OPAC. Informazioni sull’appartenenza a un consorzio o sulla fornitura di servizio ASP da parte dell’azienda.

Elenco di prodotti e rivenditori

3. Informazioni statistiche sulla presenza o meno di distaccamenti della biblioteca o sul volume di prestiti o patrimonio in relazione agli abitanti. Informazioni per contattare via mail la biblioteca o il direttore.

Info statistiche e contatti mail

Spero che sempre più bibliotecari inseriscano e mantengano aggiornato il profilo delle loro biblioteche. La cosa migliore sarebbe raggiungere un numero significativo per poter chiedere di sottoporre anche alle biblioteche italiane il questionario annuale sullo stato del mercato e dei prodotti.

P.S. l’anagrafe delle biblioteche italiane è un’altra cosa… serve a… è utile per… cioè… ci sono i codici delle biblioteche… come dire… insomma è un’altra cosa, ecco… non ci sono tutte queste interessantissime informazioni su software e rivenditori…. è l’anagrafe, ci vai un paio di volte in vita, poi basta.

The Curious Case of W Type

6 Apr

"Prendo a prestito 1 e 2, grazie."

solo un punto di vista, poi basta

19 Mar

A seguito di alcune discussioni sulla presentazione a SOFTxBIB 2011, volevo riassumere brevemente la mia opinione sullo stato dell’automazione in Italia. Poi non lo faccio più, prometto.

Innanzitutto c’è il problema delle risorse finanziare, che colpisce un po’ tutti, ma che incide particolarmente sul mondo delle biblioteche.
Ma non sto parlando solo della crisi economica. Sto parlando soprattutto del modo in cui le biblioteche scelgono un sw, ovvero di chi effettivamente decide l’acquisto. Già l’avevo notato all’università, ma lavorando molto per le biblioteche pubbliche, mi sono accorto che quasi mai la decisione spetta ai bibliotecari.
Bandi di gara, rinnovi di contratti, l’acquisto di una stampante o un nuovo computer, sono tutte scelte per cui la consultazione con i bibliotecari può avvenire, certo, ma non è vincolante. All’università chi sceglie sono i docenti, in un comune gli assessori. E quanti di questi sono stati visti recentemente alle Stelline o simili?
Capite quanto può essere dura convincere della necessità di un nuovo toner, le stesse persone che negli anni hanno riempito le biblioteche di impiegati piuttosto che di bibliotecari. Il tutto causa quel circolo vizioso per cui, non valorizzando i servizi delle biblioteche, la percezione del loro valore non aumenterà mai.
Per quanto riguarda le aziende del settore, se assumiamo che il collo di bottiglia della gestione finanziaria sia rappresentato dalla componente politica e che raramente vi sia sinergia tra questa e i bibliotecari, è lecito chiedersi dove le aziende scelgono di collocarsi e quanto questo influisca sulle strategie di sviluppo.

C’è poi il problema, un po’ più strano, dello scarso interesse da parte dei bibliotecari nei confronti di temi più “informatici”, che ha provocato un’ulteriore diminuzione della loro influenza sulle politiche di sviluppo delle aziende.
SBN è stato un progetto entusiasmante per quanto riguarda questi temi, ma la mia impressione è che si sia arenato troppe volte nel collo di bottiglia di cui prima, fino a diventarne una parte importante esso stesso.
E ora ci ritroviamo a parlare di ebook mentre di fronte abbiamo software totalmente client-side, incapaci di dialogare con altri sistemi, interfacce web anni ’90 e pochissima confidenza coi fenomeni del 2.0.

Un’ultima cosa riguarda poi la comunicazione delle aziende. Credo che, visto il panorama un po’ stagnante, le aziende non si sentano stimolate a diffondere quello su cui stanno lavorando, tanto quanto non sono stimolate a rilasciare il codice, perchè si chiedono “tanto chi lo leggerà? chi lo vorrà provare?”.

A questo proposito, mi spiace un sacco non aver fatto in tempo a rispondere al questionario inviato da Vanni Bertini, e mi riprometto di aggiornare il sito di Comperio il prima possibile, per integrare le informazioni che trovate nel “Rapporto sulle biblioteche italiane 2009-2010“.

 

percepisco una vibrazione nella forza

1 Mar

L’altra percezione, pubblicata online esattamente un mese fa, è l’annuale report di Marshall Breeding sulle tendenze nel campo dei sistemi integrati per biblioteche (ILS).

Breeding, oltre a scrivere su Library Journal, raccoglie e mantiene sul suo sito Library Technology Guides un discreto database di prodotti e rivenditori di software per biblioteche. Le informazioni contenute sono principalmente prodotte dalle biblioteche, che possono segnalare il prodotto che utilizzano. Inoltre, ogni anno, Breeding mette online un questionario dove raccoglie dati sulla soddisfazione dei prodotti, delle compagni ed eventuali cambi di prodotto.

Al di là delle possibili critiche legate a queste “perceptions” (v. Dan Scott nel 2009 o Ed Corrado nel 2010), vorrei fare un paio di osservazioni:

1. è possibile avere un modello di business basato su software open source (vedi ByWater Solutions, Equinox, MediaFlex, ecc ecc). Lo so, suona come la scoperta dell’acqua calda. Ogni tanto però mi chiedo, come utente finale, cosa impedisca ad una azienda di rilasciare il suo codice sorgente.
Siccome l’ho sentita, vi riporto una possibile risposta: “tanto poi i bibliotecari cosa se ne fanno?”
Ok, secondo me è una risposta stupida, ma fa riflettere su una cosa: nessuno di noi andrà mai a leggersi il codice scritto da qualcun’altro senza un valido motivo.
E allora, se invece di tutto il codice, che va bene non mi leggo, chiedessimo semplicemente una API documentata?
Vabbè, mica l’ho detto io, mi pare sia stato scritto su Computers in libraries da Ellen Bahr.
Nel 2007.

2. tempo fa, non ricordo dove, leggevo che si pensava di ristrutturare il sito dell’AIB per utilizzare un CMS. Sarebbe bello riuscire a infilarci dentro anche una cosa simile a quella fatta su LTG, basata sulla possibilità degli utenti di segnalare il software utilizzato, non dovrebbe essere complicato e forse renderebbe più semplice mantenere le informazioni aggiornate.
p.s. hey, qui manca Clavis 😛

e-books, lettori di e-books e lettori di lettori di e-books

1 Feb

Da diverse settimane mi sono fatto coinvolgere, assieme ai miei colleghi, nell’acquisto di un Kindle: “Miglior rapporto qualità prezzo per un e-book reader” dice Ciro.

Devo essere sincero, non era proprio quello di cui sentivo il bisogno, ma il prezzo abbordabile e la voglia di sperimentare mi hanno spinto all’acquisto. Non posso dilungarmi sui pregi e difetti, perchè lo sto usando ancora molto poco. La pila di libri da smaltire è tanta. Inoltre mi ha un po’ rallentato qualche perplessità sulla qualità degli ebook in circolazione (per non parlare della quantità). Al di là di questo, si attesta fin da subito uno strumento molto comodo per la lettura di articoli prodotti direttamente su web.

Eccomi quindi approdato a instapaper, un comodo tool per archiviare come “da leggere” qualsiasi contenuto online e sincronizzarlo col proprio Kindle. Ora ricevo settimanalmente (sull’account @kindle) un resoconto delle cose che ho trovato in giro e che voglio leggere.
Altra cosa simpatica di instapaper è la possibilità di connetterlo a Pinboard, uno strumento di bookmarking online il cui slogan mi ha subito colpito positivamente: “Social bookmarking for introverts” o anche “anti-social bookmarking”.
Da almeno tre anni sono un dubbioso utente di del.icio.us, quindi trovare una pagina di pinboard che spiega, in maniera onesta, il perchè di un eventuale passaggio, mi ha praticamente subito convinto (sì, poi l’ho anche letta).

Con tutto questo cosa voglio dire? Beh, da un lato volevo solo esternare la mia piccola sindrome da sincronizzazione tra diversi supporti (pc, kindle, ecc.) di bookmarks, todo-lists e files di vario genere. Sindrome che in verità mi lascia sempre insoddisfatto. E di cui forse parlerò ancora in futuro.
Dall’altro, volevo segnalare due interessanti iniziative per quanto riguarda il mondo delle biblioteche e gli e-books:
e-book e biblioteche, un google group di discussione tra bibliotecari e non.
Gruppo di lavoro sugli e-reader in biblioteca, un gruppo di lavoro formato da MediaLibraryOnLine, Università di Bologna, Libreria Ledi International Bookseller, Simplicissimus Book Farm. L’obiettivo è produrre un benchmark degli e-reader per permettere di orientarsi nella scelta del prodotto da usare in biblioteca

Ora, mi chiedo (vi giuro, senza voler fare troppa filosofia in merito): qualcuno mi definisce cosa si intende con e-book? Perchè Wikipedia è vaga in merito….Per come la vedo io, attualmente si tratta di un qualsiasi documento nato appositamente per essere letto tramite e-book reader (con buona pace di .pdf, .doc, .txt e immagini).

Altra domanda: in che modo avverrà l’integrazione tra questi documenti e l’attività della biblioteca? Si cercherà di farli rientrare nel gestionale (aka ILS) utilizzando i classici sistemi per la circolazione? Oppure sarà più opportuno trattarli come materiale della nostra digital library in quanto materiale puramente digitale?

Insomma, hip hip hurrà per gli e-books, ma una volta scelti modelli, districate licenze, acquistati libri, poi come funziona?

Automazione bibliotecaria e altri paroloni difficili

17 Gen

L’editoriale dell’ultimo numero di Code4Lib journal ha come titolo “Code4Lib Journal non è solo per programmatori”. Oltre a riassumere il contenuto del numero, esprime alcuni concetti interessanti:

  • molto del nostro lavoro si svolge di fronte a un computer
  • l’utilizzo di tecnologie in biblioteca si fa ogni anno più pervasivo
  • per lo staff della biblitoeca è importante saper comunicare adeguatamante con lo staff IT.

Nelle ultime settimane mi sono perso dietro la scelta di un nome adeguato per questo blog. Ho tralasciato elenchi di acronimi, termini composti con biblio-, lib-, auto-, riferimenti letterari e presuntuose banalità. Finalmente l’ho trovato quando ho smesso di pensare che il nome dovesse necessariamente riassumere quello di cui mi sarebbe piaciuto parlare: automazione bibliotecaria.

Non mi è mai piaciuta particolarmente la locuzione “automazione bibliotecaria”, ha un che di anacronistico secondo me, proprio per quanto ribadito nell’editoriale di Code4Lib Journal, ovvero che ormai l’utilizzo di applicazioni informatiche in ambito bibliotecario è assodato. Ma che dico ambito bibliotecario, utilizziamo costantemente applicazioni informatiche. Un software per la gestione degli accessi a internet serve tanto a una biblioteca quanto a un internet point, le applicazioni RFID nascono per l’antitaccheggio e non parliamo di siti web.

Certo, nell’editoriale non si parla di automazione, nè di informatica, si parla piuttosto di tecnologia. Il punto è piuttosto in che modo questa tecnologia è utilizzata. Quindi, anche volendo continuare ad usare il termine “automazione“, nulla in contrario, bisognerebbe spostare l’attenzione su cosa si automatizza e perchè. E l’unico modo per rispondere a questa domanda è confrontarsi con gli obiettivi della biblioteca e le strategie messe in atto per raggiungerli.

Ora, forse il problema sono io che non ho studiato, ma all’alba del 2011 fatico a capire, nel contesto italiano, come sta andando questo confronto tra le nuove tecnologie e gli obiettivi delle biblioteche.

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