Vendorleaks

1 mag

L’altro giorno stavo seguendo l’incontro del NISO Bibliographic Roadmap Development Project (trovate i materiali su questo sito), finchè sono stato colpito alla testa da un paio di simpatici tweet.

:) Mi ha fatto molto ridere e volevo condividerlo, ma in realtà non c’entra con il discorso che volevo fare.

Il contesto è l’abbandono del formato MARC e il tweet dice chiaramente: i rivenditori non faranno passi in avanti finchè non lo faranno le biblioteche e le biblioteche non faranno passi in avanti finchè non lo faranno i rivenditori.

Per lavoro mi sono spesso trovato a riflettere sul rapporto tra il rivenditore di software e le biblioteche: su come si sviluppino assieme i progetti, su come si riescano a realizzare servizi o prodotti (cosiddetti) innovativi. All’inizio del mio percorso sentivo la mancanza di interlocutori, ovvero di persone in grado di spiegarmi le ultime evoluzioni degli standard, persone in grado di immaginare nuovi servizi e aiutarmi a costruirli. Ma alla fine ho capito che ogni cliente ha le sue complessità e le sue priorità inderogabili. Spesso queste dominano il rapporto con il rivenditore, generando una empasse nello sviluppo.

Vorrei quindi elencare alcune banalità legate al rapporto tra rivenditore e cliente.

1. il rivenditore fa quello per cui viene pagato.

Se domani una biblioteca venisse alla mia porta, disposta a finanziare un progetto che permetta ai libri sugli scaffali di brillare al buio ed emettere una simpatica musichina ad ogni prestito, probabilmente prima di declinare darei una sbirciata al compenso. Non che mi interessi di musichine, però potrei anche accettare e mettermi a lavorare, visto che mi pagano. Un’azienda che intenda sopravvivere nel mercato deve essere disposta a questo genere di compromessi per essere in grado di pagare gli stipendi.

In un simile contesto non è facile trovare il tempo per lo studio, o l’azienda è abbastanza grossa da permettersi un settore ricerca&sviluppo, oppure è abbastanza piccola da fare bene una sola cosa.

Suggerimento: diffidate dalle aziende senza una mission ben definita. Se l’azienda a cui vi rivolgete non si identifica chiaramente con l’obiettivo di realizzare la migliore musichina-da-prestito del mondo, provate a cercare ancora. Se non esistono aziende che fanno musichine-da-prestito, sceglietene almeno una che abbia del gusto musicale.

2. un’azienda del settore IT non è in grado di realizzare qualsiasi progetto informatico

In parole povere, l’informatica non è magia e gli informatici non sono alchimisti (anche se alcuni si ritengono tali). È un mondo dove sono necessarie molte diverse competenze per poter realizzare qualcosa. Fate fare il vostro sito ad un team di ingegneri e non aspettatevi una grafica moderna e accattivante.

Suggerimento: imparate a riconoscere gli ambiti di competenza delle aziende IT, guardate altri lavori fatti dall’azienda o contattate altri clienti.

3. il rivenditore usa sempre un linguaggio alla moda

Parole come standard, ebook, app, open, 2.0, integrazione, social hanno l’affascinante capacità di non significare assolutamente nulla di per sè. E aggiungo che non sono assolutamente sinonimo di innovazione, trattandosi di cose in circolazione da parecchi anni. Il dramma è che si tratta di un circolo vizioso, visto che spesso sono le stesse biblioteche a fare affermazioni prive di significato (un esempio è “desidero l’integrazione con Facebook, Twitter, Google+”) lasciando al rivenditore il compito di imbastire un prodotto sopra alla “visione”.

Suggerimento: chiedete all’azienda cosa sta facendo di veramante innovativo per il mondo delle biblioteche, non per voi. Spesso non serve parlare informatichese per capirsi. Sforzatevi di stabilire un linguaggio comune.

4. più clienti fanno la stessa richiesta, più è probabile che verrà presa in considerazione prima delle altre

Se un software viene usato contemporaneamente da centinaia di persone, l’azienda si troverà a dover gestire centinaia di richieste. Uno dei criteri usati per determinarne le priorità è la quantità di clienti che fanno la stessa richiesta. Per un semplicissimo ragionamento di customer satisfaction.

Suggerimento: Imparate a fare pressioni in modo coordinato. Il 13 maggio finalmente si incontrano gli utenti di ClavisNG, che quindi possono saltare questo punto.

Giulio e Isacco @ Comperio

Isacco e Giulio riflettono sul futuro del MARC @ Comperio Srl

Conclusioni

Sono consapevole dei problemi legati alla scelta di un rivenditore da parte della P.A. (burocratizzazione, questioni politiche, ecc.), così come sono consapevole che ogni rivenditore sceglie di adottare il suo personale modello di business.

Questo significa che le precedenti banalità non valgono per tutti. Volevo parlarne solo perchè le banalità sono tra le cose più dure con cui mi scontro. Ed essendo banalità, si fa spesso finta che non esistano.

Le vere innovazioni non piovono dal cielo, non sono il colpo di genio notturno dello sviluppatore talentuoso. Sono frutto di ricerca e condivisione dei risultati (per questo c’ho l’ansia del “parliamone). Queste cose richiedono tempo, studio e partecipazione attiva alla progettazione. L’appuntamento NISO ci insegna che si sta progettando adesso quello che le biblioteche useranno forse tra 15 anni.

In tema di biblioteche e software per l’automazione, dovreste saperne tanto quanto (se non più) del rivenditore. Ma non riguardo a quello che c’è in circolazione oggi, intendo dire che dovreste sapere meglio del rivenditore come immaginate le biblioteche di domani.

Il sito della biblioteca fa schifo

23 apr

C’è un post che mi assilla da ormai un anno, che però non penso riuscirò mai a scrivere, sono troppo pigro e distratto. Credo mi abbia portato a una profonda disaffezione verso il mio lavoro e le biblioteche :(

Allora facciamo che invece di raccontarvi come è iniziata, vi racconto l’ultimo episodio. Partendo da una domanda: ma voi, bibliotecari, sapete quanti visitatori ha il vostro sito?

Secondo me pochissimi, anche considerando solamente quelli potenziali.

Quando si diceva che gli OPAC fanno schifo, forse non si è parlato abbastanza dei siti delle biblioteche :P  Anche se trovo molto importante che le biblioteche si siano sempre fatte promotrici di usabilità e accessibilità, spesso mi ritrovo di fronte ad una totale mancanza di sensibilità nei confronti di chi naviga e atterra sul sito della biblioteca.

Nel mio piccolo ho sempre pensato che la disattenzione nei confronti della propria presenza sul web derivasse dal ritrovare il proprio spazio affogato all’interno di un sito più grosso, magari un monolite della P.A. fatto di pagine immodificabili …chissà… sta di fatto che alla P.A., di quanti visitatori hanno i suoi siti, non gliene può fregare di meno. Dopotutto la qualità dei servizi non si misura da quanti visitatori abbiamo sul web, giusto?

Il punto non è che dovete diventare esperti di SEO, nè tantomeno dovete costruire voi i siti (anzi, evitate se non siete convinti di quello che fate). Però, dannazione, se decidete di avere uno spazio sul web dovreste essere in grado di: organizzarlo in maniera intelligente, interloquire con chi lo costruisce, pretendere che non vengano usati font come il Comic Sans, assicurarvi che i colori siano dignitosi, garantire il giusto equilibrio negli spazi, capire se sarete trovabili. Insomma preoccuparvi che gli utenti si sentano in uno spazio accogliente e non in una catapecchia abbandonata messa in piedi dopo un appalto farlocco.

Questo perchè purtroppo qualsiasi sito (o app) realizzato per le P.A. esce dalle comuni logiche che determinano il successo di un progetto web. Per i siti che non propongono servizi a pagamento, il successo deriva dal traffico che sono in grado di generare (o dal grado di retention). Da quanto ho capito, nel caso dei siti della P.A. l’importante è che il progetto corrisponda al prototipo definito. Tanto poi gli utenti sul sito devono andarci per forza se vogliono le informazioni, non è rilevante se il sito è fatto bene, basta che sia fatto.

Ecco, siccome magari non ve lo dicono abbastanza, volevo solo ricordarvi che il vostro sito fa schifo.

Un paio di note, dopo averci dormito sopra, che altrimenti mi sembra un discorso troppo sterile

A) Perché dovrebbe interessarvi di avere un sito fatto bene?

Mi vengono in mente almeno due motivi:

1) un bel sito, strutturato in maniera adeguata, è probabilmente la prima immagine di voi che date al mondo esterno. Fate una cosa bella e chi lo visita penserà che anche la biblioteca è curata allo stesso modo. Il sito fa parte della vostra identità tanto quanto la faccia del bibliotecario.

2) un sito fatto bene viene indicizzato meglio. Partendo dal presupposto che i servizi della biblioteca non sono adeguatamente conosciuti, essere trovati via web è una pubblicità permanente a costo zero. La quantità di persone che parteciperanno al vostro prossimo evento non sarà più determinata solo dalla quantità di manifesti e volantini sparsi per il comune, ma anche da quanto e come l’informazione risulterà visibile online.

B) Come intervenire per migliorare la situazione?

1) cercate di avere accesso a strumenti come Google Analytics o Google Webmaster Tools. Insomma a strumenti che vi permettano di avere dei dati quantitativi su come viene raggiunto il vostro sito, da dove, con che parole chiave, quanto tempo vi si fermano i visitatori e dove. Questo vi fornirà i dati necessari a capire se è il caso di cambiare qualcosa e come.

2) chiedete il parere ai vostri utenti, aggiungendo la presenza sul web tra i criteri che usate per misurare la qualità del vostro servizio. Non credo qualcuno vi dirà, come me, che il vostro sito fa schifo. Però potrebbero saltare fuori suggerimenti utili come: “è scritto troppo in piccolo”, “non riesco bene a trovare le cose”, ecc. ecc.

Breve gita oltremanica

11 apr

Circa un mese fa sono andato a Londra all’LMS Supplier Showcase 2013 organizzato dal CILIP. Ci sono andato con Dario a presentare il gestionale di Comperio (ClavisNG).

L’evento

L’evento dura una giornata (dalle 9.00 alle 16.00) durante la quale i partecipanti girano per le sale del CILIP e hanno la possibilità di parlare con i produttori di gestionali. La pagina dell’edizione 2012 sottolinea “In a time of severe cuts within all sectors, now is the time to look at how organisations can work smarter. Visit the CILIP LMS Suppliers Showcase and talk to the experts on how you can get the most out of your library management system.“.
La partecipazione era gratuita, c’era un ricchissimo buffet e si poteva vincere un Kindle Fire.

Alcuni giorni prima dell’evento, in quanto espositori, abbiamo ricevuto un elenco dei partecipanti (nome, cognome, titolo, ente) e le mail di quanti avevano dato il consenso a ricevere materiale informativo.

I partecipanti

I partecipanti iscritti sono stati 189. Ad ognuno veniva fornito un elenco con la descrizione degli espositori presenti. Mi ha profondamente colpito la varietà di “titoli” presenti: dal bibliotecario al consulente, dallo studente di biblioteconomia al responsabile IT.

L’approccio prevalente era andare da quei pochi rivenditori pre-selezionati e analizzare assieme una “lista della spesa” che era stata preparata a casa (es. “il vostro software supporta Microsoft SQL Server?”). Una minoranza, credo per lo più studenti e consulenti, ha girato quasi tutti gli stand per curiosare le novità su cui stanno puntando le aziende.

Le aziende

Ogni stand aveva un piedistallo con grande manifesto pubblicitario dell’azienda/servizio, qualcuno usava dei mini-proiettori da tavolo, qualcuno offriva gadget e brochure, alcuni stand avevano 3-4 persone impiegate. Ad eccezione di Bowker e Nielsen, che si occupano specificatamente di fornire record bibliografici e arricchirli, tutti gli espositori presentavano il loro gestionale. Noi eravamo accanto a PTFS, che mostrava Koha :)

Devo ammettere che non ho girato molto (shame on me) quindi non so dirvi su cosa stanno lavorando le aziende. Ho visto qualcuno molto orientato al mercato mobile (es. SirsiDynix), mentre qualcun’altro mi ha dato l’idea di presentare grosso modo lo stesso prodotto di sempre.

Noi

Colto da improvviso senso di inferiorità/sconforto per esserci presentati un po’ troppo impreparati, ho fatto questo disegnino e l’ho messo sul tavolo.

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Nonostante la maggior parte delle persone sapesse già a quali stand andare, e nonostante nessuno abbia voluto farsi fare un ritratto….qualche fortunato si è fermato a parlare con noi.

In questo modo sono riuscito a sfatare alcuni miei pregiudizi personali sulle biblioteche inglesi, scoprendo che anche lì ci sono realtà travagliate, magari costrette ancora a usare l’emulatore di terminale per gestire i prestiti, oppure ostinatamente isolate le une dalle altre, in grosso deficit cooperativo. Confermo però che, mediamente, non si cataloga :)

Considerando che, secondo me, i punti di forza di Clavis sono il modello di gestione dell’interprestito e la gestione della catalogazione, non so quanto margine di diffusione avrà il prodotto. Intanto stiamo traducendo il programma (che se sviluppate un software cercate di pensarci subito).

Sinceramente non so se definire consolante o tragico il fatto che la licenza open source resti una scelta di nicchia per i produttori.  In ogni caso, spero con tutto il cuore che in futuro installare e aggiornare Clavis possa diventare facile e accessibile anche al resto del mondo.

Video

Semantic web (eng)

23 gen

Da questo bell’articolo sul tag <section> in HTML5

Video

Linked Data for Libraries (by OCLC)

28 ago

Una presentazione di 15 minuti su cosa sono i Linked Data. Vale la pena spenderli ;)
(trovato grazie a CIBER)

Ciao Space Invaders

22 mag

Per come è attualmente strutturato il nostro sistema di sviluppo e rilascio del software, ci troviamo spesso a dover aggiornare le diverse installazioni dei clienti che abbiamo in hosting sui nostri server. Gli aggiornamenti vanno dalla risoluzione di bug all’introduzione di nuove funzionalità e sono più o meno settimanali. Per evitare possibili problemi di accesso e aiutare gli utenti a capire cosa succede, abbiamo creato una pagina di ‘manutenzione‘ che viene mostrata al posto del sito fino al termine dell’aggiornamento (che dura dai pochi secondi al paio di minuti).

Già che c’eravamo (e per sperimentare l’uso dei canvas) abbiamo pensato di aggiungere la possibilità, cliccando su un link, di aprire un giochino in HTML5 (Space Invaders). L’abbiamo fatto considerando che la pagina sarebbe stata vista da pochi sfortunati, ai quali sarebbe stato carino offrire una possibile distrazione.

Un paio di settimane fa abbiamo dovuto rimuovere il gioco. Volevo scusarmi con tutti gli affezionati che nel frattempo hanno cercato di difendere la terra infrangendo punteggi record.

Non ci dimenticheremo di voi ragazzi.

maintenance mode

Clicca sull’immagine per fare una partita

Di come partendo da un MARC viewer sono arrivato a scoprire cosa vuol dire MOOC

23 apr

MARC Viewer on Codecademy

Codecademy si è rifatto il look. L’ultimo redesign deriva probabilmente dall’inizio dei corsi su HTML e CSS, ovvero sulla necessità di migliorare l’organizzazione delle diverse tracce disponibili (attualmente 3: javascript, html+css, code year). Non bastasse, grazie al fatto che chiunque può proporre dei corsi, questa riorganizzazione ha portato in evidenza alcune lezioni “bonus” riconosciute dal team come interessanti al di là delle tracce ufficiali.

Insomma, non ci crederete, ma così sono incappato in un breve corso su come realizzare un semplice lettore di record MARC(21) in javascript. Anche se il corso non è molto utile per approfondire javascript, risulta estremamente efficace per far comprendere i tracciati MARC a chi ne ha sempre sentito parlare ma non li ha mai “toccati con mano”.

Vi assicuro che dà soddisfazione capire come trasformare un “blob” di dati come il seguente

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in qualcosa di un po’ più leggibile (coff coff…)

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Come scrive lo stesso autore

 I hope that it gives cataloguing coders an idea of what a MARC21 record looks like under the hood and helps clarify the cataloguer’s opinions as to whether MARC must or mustn’t die. (HINT: it must)

Nota: MARC must die è un noto articolo di Roy Tennant comparso su Library Journal il 15/10/2002 (sì, 10 anni fa).

 

CatCode

Incuriosito dall’esperienza sono andato a leggere il blog dell’autore e ho scoperto che da alcuni mesi è nato CatCode, un progetto per migliorare il dialogo tra catalogatori e programmatori. Navigando un po’ sul sito mi pare di capire che l’obiettivo sia soprattutto fornire strumenti e riferimenti utili ai bibliotecari che in qualche modo intendono avvicinarsi al mondo della programmazione, oppure ai programmatori che finiscono per aver a che fare con il mondo delle biblioteche ;)

Hanno anche realizzato uno spazio alla stack overflow, LibCatCode, ovvero un sito Q&A. Forse non è ancora molto frequentato, però credo si tratti di una bella iniziativa che vale la pena tenere d’occhio.

CoderDojo

Codecademy, o l’esperienza di CatCode, mi fanno pensare a quanto percepisco come ancora poco diffusa l’educazione informatica di alto livello. Intendo dire, siamo pieni di corsi su come usare il computer, come usare Office. Ma quanti corsi su come realizzare un sito internet o programmare un’applicazione in PHP?

Dite che è troppo? Non credo, e non lo crede nemmeno chi ha creato coderdojo (grazie a biblioragazzi), un’esperienza nata negli Stati Uniti (e finalmente arrivata in Italia) per permettere anche ai più piccoli di imparare i linguaggi di programmazione.

Il punto è

…se per il calcio puoi iscriverti ad una squadra, e per il violino vai alla scuola di musica, dove va un ragazzo se vuole creare un’applicazione?

Thomas Suarez al TEDxManhattanBeach

L’anno scorso, alla partenza di cpd23, ero capitato su un bel post di Meg Jones a proposito della possibilità di usare addirittura le biblioteche come spazio per insegnare ai bambini a programmare.

CPD23, MOOC e ‘demy…

A questo proposito, ricordate cdp23? Beh, per chi fosse interessato a breve ripeteranno il corso!! Ancora una volta sollecito chiunque operi nel mondo delle biblioteche a partecipare, le lezioni saranno le stesse ma a cadenza meno serrata, quindi dovreste riuscire a seguirle con più facilità..

Tra cpd23, codecademy e coderdojo sembra proprio che stia succedendo qualcosa nel mondo della formazione. Beh, questo qualcosa pare avere già un nome:  Massive Open Online Courses (MOOCs). Una breve introduzione potete trovarla su educause, mentre potreste voler aggiungere ai vostri feed quello del blog Alt-Ed.

In sostanza si tratta di chiamare in qualche modo la crescente offerta di corsi formativi direttamente online, tramite blog, siti specializzati, forum, LMS, iTunesU, ecc. Un esempio potrebbe essere il corso che trovate su http://competenzetecnologichedeibibliotecari.blogspot.it/, ma ci metterei anche tutto quello che trovate su codecademy, code school, khan academy, udemy.

Al di là delle legittime perplessità circa la quantità di “rumore” generato dalla comunicazione online o delle differenze tra corso “in sede” e online, mi preme notare due cose:

  1. sempre più fonti autorevoli stanno valutando positivamente questo approccio, migliorando notevolmente la qualità dell’offerta
  2. la barriera d’accesso a competenze informatiche approfondite è sempre più sottile, non avete più scuse per non approfittarne :P

spingitori di spingitori di metamotori di ricerca

14 mar

Ogni tanto sento parlare di metaOPAC. Ne ha parlato Francesco Piras a proposito di quello sardo, poi sul blog del Polo SBN Ligure, oppure perchè c’è un progetto su un Portale delle biblioteche in Veneto oppure un altro progetto simile in Friuli.

Sembra che ogni regione ne abbia oppure cerchi di costruirne uno. Ah, poi c’è il MAI. Ma andiamo con ordine.

Il concetto di meta-motore è legato soprattutto a quello di deep web, ovvero alla enorme mole di informazioni che non è  recuperabile dai comuni motori di ricerca. Fino a sei anni fa si stimava che l’insieme dei motori di ricerca avesse indicizzato circa il 20% dei contenuti disponibili sul web. Ora non so a quanto siamo arrivati, ma il concetto resta lo stesso, un motore di ricerca non indicizza tutto (e non sto parlando poi di cosa restituisce, solo di cosa indicizza).

Nel tempo sono nati quindi diversi strumenti (metamotori di ricerca o ricerche federate), per interrogare diverse fonti di informazione contemporaneamente e visualizzare i risultati in maniera omogenea. Il protocollo z39.50 c’era già prima del web, poi sono arrivati altri metodi (es. SRU/SRW). Tuttavia i metamotori spesso hanno alcuni limiti: la possibilità di usare solo un set limitato di parametri di ricerca;  si basano su dati strutturati in modo omogeneo; sono vincolati alla disponibilità della risorsa esterna.

Per questo motivo l’ultimo trend, quello dei cosiddetti next generation catalogs o discovery tools, è di spostare la raccolta dati prima della ricerca da parte dell’utente (il cosiddetto harvesting tramite il protocollo OAI-PMH). In sostanza viene catturato l’intero patrimonio di dati presente sulla fonte esterna, quindi viene indicizzato e reso disponibile dal motore di ricerca. La cosa è molto comoda per diversi motivi: si possono aggregare dati eterogenei e quindi “sistemarli” prima dell’indicizzazione; si possono applicare strategie di ricerca più efficienti; in generale è tutto più rapido ;)

A questo punto resta il problema di come sono strutturati i dati che vengono scambiati.

Il formato standard per lo scambio di dati bibliografici è l’ISO 2709, un insieme di codici numerici e valori debitamente separati. Nel tempo le specifiche di questo formato sono state implementate in diversi modi (es. MARC21, UNIMARC) e il metodo più diffuso attualmente consiste nella rappresentazione in linguaggio XML della struttura dei dati. Addirittura, grazie allo sviluppo del web semantico, si sta iniziando a parlare più genericamente di formati per la descrizione di risorse (RDF), per cui magari al posto dei codici numerici avremo costrutti semanticamente significativi.

Dovendo implementare un metamotore di ricerca ci si pone quindi le seguenti domande:

  • dove sono i dati
  • come sono fatti questi dati
Esistono però anche altre due domande a cui sarebbe bello rispondere quando si cerca di implementare un meta-motore di ricerca:
  • di chi sono i dati
  • a cosa servono

Rispondere alla prima domanda potrebbe aiutare notevolmente la diffusione e il riuso di dati, ovvero la consapevolezza del valore dei dati prodotti dall’istituzione.

La seconda invece ci ricorda dell’utente.

I discovery tool (così come prima i meta-motori) sono utilizzati più che altro in ambito accademico/scientifico, dove il servizio svolto dall’applicazione completa quasi sempre l’attività di discovery to delivery con un accesso immediato alla risorsa recuperata.

Cercando di applicare lo stesso meccanismo alle biblioteche di pubblica lettura, dove il “delivery” si risolve con il ritiro del materiale al bancone della biblioteca, mi chiedo se abbia senso investire in un meta-motore dal quale l’utente dovrà sempre e comunque essere rimbalzato ad un altro sito, magari il catalogo della biblioteca che possiede il titolo. A questo punto l’utente dovrà capire se il titolo è effettivamente disponibile o meno, se può prenotarlo o meno e in che modo ottenere l’eventuale interprestito. Questo moltiplicato per il numero di biblioteche/reti nel bacino sondato dal meta-motore.

Insomma, se volete realizzare un meta-motore per biblioteche di pubblica lettura, chiedetevi sempre per quale motivo lo state facendo, a cosa deve servire e chi dovrebbe usarlo. Se è per gli utenti, vagate nel web alla ricerca di esperienze simili e statistiche d’uso. Poi fatemi sapere cosa trovate.

Magari cercate anche di fare in modo che le biblioteche partecipanti al progetto abbiano una politica comune sull’interprestito e che l’applicazione realizzata alla fine sia chiara nello spiegarne i termini all’utente (non rimbalzatelo su un altro sito lavandovene le mani).

Personalmente, se volete realizzare un meta-motore….. non fatelo. Investite metà della somma a vostra disposizione per corsi tipo questo (qualcuno è andato? com’è stato? dalle slide mi sembra un corso entusiasmante!), il resto stanziatelo per mettere attorno al tavolo i responsabili dei cataloghi che vorreste ricercare, offrendogli le risorse per accordarsi sul servizio da offrire sul loro territorio.

Ah….un’ultima cosa importante….considerate il fatto che al giorno d’oggi nessun OPAC è più costretto a far parte del deep web. Grazie a progetti come la Open Library o Schema.org,ogni titolo del vostro catalogo può tranquillamente essere una pagina web indicizzata da normali motori di ricerca. Sapevatelo.

Bret Victor – Inventing on Principle

22 feb

Stasera volevo scrivere un post di altro genere, ma sono incappato in un bellissimo video che devo assolutamente condividere.

Tra l’altro mentre lo guardavo mi sono tornate in mente alcune cose che sto leggendo su La caffettiera del masochista, così da permettermi di chiarire: lo scorso post non stavo facendo dell’ironia :P
Norman fa una profonda analisi di cosa voglia dire “progettare” descrivendo il complesso rapporto con gli oggetti che ci circondano, mettendo a nudo molte dinamiche “invisibili” legate al funzionamento della nostra mente o alle responsabilità dei progettisti. E’ un libro del 1988 ma ricchissimo di spunti ancora attuali.

Oggi, ripassando i miei feed, ho trovato un video da un recente talk di Bret Victor.
Avete cliccato sul link? Visto che sito simpatico?
Quest’uomo ha fatto un sacco di cose interessanti, ero incappato sul suo sito per la prima volta leggendo l’articolo A Brief Rant On The Future Of Interaction Design. Poi ora, guardando tra la lista di “cose preferite“, scopro in cima ai libri di design Tufte, McCloud e proprio Norman!

In alcuni momenti mi ha ricordato Randy Pausch (video sub ita), quindi penso che, nonostante il contesto di riferimento possa sembrare estremamente settoriale, valga la pena guardare per intero il video. Parla di principi, motivazioni e scoperta della propria identità.

Incolpare cause sbagliate

15 feb

“«Guarda un po’ qui!», esclamò il mio collega. «Il mio terminale si è rotto. È stata la biblioteca! Tutte le volte che mi collego col catalogo della biblioteca succede un guaio. Ora non posso più usare il terminale nemmeno per leggere la corrispondenza in arrivo sulla rete telematica».

«Non ha senso», risposi. «Vedi che non puoi nemmeno accendere il terminale. Come è possibile che un programma abbia prodotto un danno del genere?».

«Quello che so», disse, «è che tutto funzionava finché non ho cercato di consultare una voce nel catalogo della biblioteca usando il nuovo programma apposito, e poi il mio terminale ha smesso di funzionare. Mi capitano sempre dei guai con quel programma. Troppe coincidenze perché possa essere qualcos’altro».

Ebbene era una coincidenza. Venne fuori che l’alimentatore del terminale si era bruciato, il che non aveva niente a che fare con la biblioteca. Ma le coincidenze bastano a mettere in moto gli ingranaggi della ricerca di cause ed effetti.”

Norman, Donald A., La caffettiera del masochista : psicopatologia degli oggetti quotidiani. Firenze Giunti, 2009

Caffettiera per masochisti

Caffettiera per masochisti - dal Catalogue d'objets introuvables di Jacques Carelman

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